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Vorrei poter fare una doccia bagnandomi in mezz’ora e asciugandomi in un attimo; rompere le stoviglie della cucina con fatica e aggiustarne i cocci in un istante. Vorrei sporcare i miei jeans preferiti intenzionalmente, impegnandomi, e pulirli in un batter d’occhio, per sbaglio; mettere in ordine la mia casa per inerzia e generare disordine con metodico esercizio.

Fin da quando eravamo piccoli ci hanno insegnato come gira il mondo; ci hanno spiegato come agisce la forza di gravità, che il fuoco brucia, che l’acqua può bollire o diventare ghiaccio; abbiamo conosciuto il giorno, la notte, il sole, le stelle, entrando a far parte, passo dopo passo, degli ingranaggi universali della vita, fatti di polvere, aria, pioggia e terra.
Lentamente abbiamo fatto conoscenza con la realtà e le sue leggi, a volte per intuizione ed esperienza, altre ci siamo fidati di quello che leggevamo sui libri di scuola. Abbiamo passato la nostra intera vita a fare i conti con il mondo reale, a dare un nome alle cose, agli eventi, a tutto ciò che viviamo ogni giorno. Abbiamo dato un nome a tutte le cose belle di cui amiamo circondarci, come a quelle spiacevoli che ci capitano tra capo e collo e non vorremmo gestire. Abbiamo dato un nome all’Amore, ma anche al Vuoto, all’Assenza e al Dolore.

Pensavo a questo la settimana scorsa, in un istante che sembrava infinito, quando ho spalancato gli occhi durante la notte e ho visto il soffitto vibrare, le travi muoversi, l’armadio spostarsi. Ho sentito l’aria caricarsi di un boato sordo e denso, i vetri scuotersi come a lasciare entrare l’universo intero in una stanza già piena, in uno spazio già occupato dall’aria che io respiravo, dal mio sguardo bloccato e consapevole. Lo chiamiamo Terremoto. Diamo un nome alla paura e alle conseguenze di un evento. Terremoto non è la scossa, è la nostra impotenza intrappolata in una stanza. E in quel momento siamo solo noi e lui, che prende vita e assume le sembianze di un lampadario che oscilla, di una parete che si muove. Si plasma, come evocato dal nulla o dalle nostre paure.

Un nome regala un’identità, rende vivi i pensieri e le idee. Per questo diamo un nome ad ogni cosa, anche al vento e agli uragani: per poterli affrontare. E’ l’ultima (o la prima) arma che abbiamo per vivere una realtà in cui è tutto irreversibile o difficilmente reversibile. Diamo i nomi e usiamo la fantasia per spiegare quello che non riusciamo a spiegare, per risolvere quello che altrimenti faticheremmo a capire.

Vorrei vivere un Terremoto che ricostruisce ciò che è già distrutto, che sana le crepe già visibili.

Ci sono regole e ci sono antidoti, ci sono problemi e ci sono soluzioni. A volte, mentre aspettiamo che il tempo ci aiuti a trovare soluzioni reali, faticose e lente, sarebbe nostro dovere permetterci soluzioni fantastiche, immaginare quello che non può accadere, ma che accade, nel frattempo, nella nostra fantasia.

Vorrei vivere un Terremoto che ricostruisce ciò che è già distrutto, che sana le crepe già visibili, che non ci spaventa.

 

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