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Si incontrarono in un giorno di noia, uno di quelli in cui si cercano stimoli e si ricorre al passato per trovare ispirazione. Erano anni che lei non pensava alle ore trascorse con in sua compagnia nelle aule della scuola di musica. Aveva deciso di dimenticarlo e l’aveva lasciato all’accettazione, abbandonato, come un rifiuto, come un oggetto di poco valore. D’altronde, non le apparteneva, non realmente, non come avrebbe voluto nelle stagioni migliori del loro rapporto.

Decise di mettersi alla sua ricerca, dopo cinque anni, per capire se guardandolo da vicino sarebbe riuscita a innamorarsi nuovamente di lui, come allora, ma con la maturità di un’età differente. Si documentò per sapere quali possibilità c’erano, dati i suoi mezzi e la sua poca esperienza, di riavere fra le braccia la stessa presenza, la stessa forza, lo stesso sentimento.

Ciò che trovò non era ciò che cercava, era diverso, molto giovane, leggero e poco raffinato. Aprì la confezione e si rese conto di ciò che aveva perduto, non solo uno strumento perfetto, ma anche la sua abilità. Mancavano all’appello troppi anni di allenamento e dedizione, ciò che meritava era davanti a lei e non poteva fare altro che accettarlo: un violoncello di fattura industriale, su cui l’accordatore si rifiutava di mettere corde buone.

Aveva lasciato gli studi musicali dopo tre anni di scuola pomeridiana, e con loro lo strumento che suonava, elegante e prezioso, preso a noleggio alla scuola. Era piccola, impaziente e incredibilmente sportiva, troppo per dedicarsi anche alla musica. Fu il più grande errore della sua vita. Tentò di riavvicinarsi al violoncello da adulta, con un orpello comprato su internet, goffo e di poco valore, esattamente come lei in veste di musicista. Si assomigliavano troppo e fu un orchestrale fiasco, ma si vollero molto bene. Passò giornate intere a tentare di suonare i pochi pezzi che ricordava, accordandolo come riusciva e infastidendosi a ogni nota sbagliata. Lo teneva nella sua custodia morbida, in un angolo dello studio, da cui sembrava guardarla ogni giorno, finché lei, impietosita, non si decideva a fargli fare un giro di giostra.

Il violoncello invecchiò in quell’angolo, assieme alla determinazione di lei e a qualche ragno bicentenario, e morì in una torrida giornata estiva, sotto il peso di una scaffalatura piena di libri e riviste. L’ennesimo addio triste e frettoloso.

La non-musicista non imparò mai davvero a suonare, ma imparò ad amare la musica e i suoi misteri, racchiusi in una cassa armonica e un crine di cavallo. Strumenti, appunto, per un fine più alto, suonare, ascoltare, gioirne. Oggi non suona più, ma ascolta molto e gioisce altrettanto.
Forse un giorno, un altro violoncello sfortunato cercherà asilo a casa sua, e lei gli aprirà la porta e si faranno compagnia, fra sfortunati, ancora una volta, in attesa delLa Musica.

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