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Ho bevuto un sorso di amarezza ma poi l’ho cancellata con la marmellata; ho osservato bambini imprecare e genitori addormentarsi sui passeggini: chi sceglie il formato della cocacola? il neonato. chi la paga? la nonna.

Sei responsabile dei tuoi soldi, perché non sono tuoi. Per il resto non inventare, non mettere del tuo, non gestire, non cambiare. Tutto è scritto e già deciso, fai ciò che ti viene detto e più vendi più guadagni (non tu), poi ti danno un premio. Bello il premio perché ci puoi fare i regali di Natale che di questi tempi è meglio. Anzi sai che ti dico? Io i regali non li faccio. E non li voglio, che poi mi arrivano pantofole che non mi servono e felpe costose che non posso mettere perché la bruttezza accieca e io vorrei vederci. Crisi isterica al pensiero dei soldi spesi per nulla. Insomma, no, niente regali. E allora chissenefrega del premio. Io però lavoro bene lo stesso perché alla fine mi piace. Sorrido, parlo… cedo all’umanità. E all’umanesimo… poi mi ricordo che siamo nel Medioevo e che lo stavo ancora aspettando il Rinascimento e allora mi intristisco e mi spengo. Parlando con qualcuno in turno (nel suo di turni, a turno con altri che si turnano turnandosi in mestieri diversi, tipo alla cassa al Conad) il “Mi dispiace non è di mia competenza” di solito è ciò che mi da la mazzata finale nei giorni di nebbia. Lo evito come la peste, una buca, un film di Boldi a Natale (di nuovo, il Natale, che sfiga): cosa significa? Fai un mestiere, hai un ruolo e responsabilità che non si esauriscono nel popcorn, datti un tono. Oggi ad esempio ho ricaricato il cellulare ad una signora senza occhiali che mi ha chiesto aiuto anziché un caffè (lei non lo sa che ho digitato il mio numero anziché il suo).

al supermercato

Salve scusi posso prendere un carrello in prestito un secondo?”

No mi spiace.”

Ah. Ma mi servirebbe per cinque minuti devo spostare un oggetto pesante in strada…”

No guardi… Non dipende da me, mi spiace.”

Ma… Ecco! Sa cosa faccio? Le lascio la mia carta d’identità! Si fida?”

Guardi non c’entra non posso, è una responsabilità troppo grande.”

Ma le ho detto CARTA D’IDENTITA’! …ci tengo, sa? E comunque… è un carrello! Ne avete cinquecento!”

Non insista.”

Certo che insisto, scusi, non ha senso! …Guardi che allora lo rubo!”

Ecco sì, lo rubi. Così non è colpa mia.”

Ti manca il controllo su quello che fai perché non ti hanno insegnato a preoccupartene, fai il tuo lavoro e vattene, ti pago, con ciò che ti do comprati qualcos’altro, quello che non trovi qui: soddisfazioni. Perfetto, ci sto. Soldo. Vale parecchio, no? Più o meno di una macchina? Meno o più di un’otturazione al molare? Vale che ci puoi comprare quello che vuoi fregandotene di tutto il resto. Finché ne hai sei sereno, quando manca ti interroghi. Ecco io mi interrogo, sì. Siamo bravi a delegare: “lo spazzino pulisce e allora io posso sporcare e non pulire” è il best seller (e serial killer), io per sicurezza pesto il mozzicone e lo raccolgo. Assieme all’ottimismo e alle ore di sonno, li pesto e li butto. Poi li ritrovo, appunto, nel tè.

2 thoughts on “Perdere la pazienza e ritrovarla nel tè

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