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Quello che dovremmo cercare di non perdere di vista in questo momento è la vera natura del progetto europeo, i passi in avanti fatti in questi anni nel processo di creazione di una comunità, di una consapevolezza condivisa di appartenenza e scambio reciproco, nelle diversità e nelle somiglianze, fra i paesi membri. E ho paura che questo discorso possa non essere compreso a fondo da chi questo percorso di cambiamento l’ha vissuto troppo tardi, o sottovalutato da chi lo dà per scontato. Io, e credo buona parte della mia generazione, mi sento figlia e cittadina Europea, di un’Europa che rinasce dopo l’orrore delle Guerre Mondiali ripartendo dai diritti dell’uomo, mettendoli al centro di un sistema in divenire, basato sull’inclusione (e non l’esclusione) progressiva di Stati ma anche di persone, cittadini europei per nascita o che lo diventano (o sperano di diventarlo – e sì, se lo meriterebbero) per comunione di ideali, di intenti, di speranze e di sogni per il futuro.

Noi che abbiamo vissuto la caduta dei “muri”, dei confini, delle recinzioni fisiche e mentali, non cadiamo ora in questo tranello della paura che ci vorrebbe chiusi nelle nostre case, asserragliati nei nostri fortini, come nel medioevo, in una guerra fra feudi e religioni; non permettiamo che si parli ancora di chiudere le frontiere, le stesse che, aperte, ci hanno permesso di vivere e viaggiare in questa Europa dalle tante culture e mille ricchezze. Oggi più che mai, non lasciamo che ci porti a diffidare del diverso, di chi arriva sulle nostre coste in fuga dallo stesso terrore che combattiamo.

Oggi “saremo Bruxelles”, saremo l’Europa, ma siamo anche e soprattutto cittadini del mondo che vogliamo costruire e che l’Europa potrebbe rappresentare. Il progetto europeo va esportato e allargato, non dimenticato o seppellito. Facciamo in modo che sia, per le generazioni future, un’eredità di cui vantarsi.

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© Josef Schulz, Übergang   “Dogane Fantasma” da Il Post

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