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Nessuno penserebbe mai di trovare spunti interessanti fra le pagine delle carte ittiche dell’Appennino. Carpe, salmoni e trote non sono certo famosi per il loro sguardo vispo e allegro. Eppure, aprendo a caso documenti sulla fauna ittica italica, ho scoperto che fra i pesci di acqua dolce si individuano specie limnofile e reofile: i pesci limnofili prediligono l’acqua ferma, anche un po’ fangosa, quelli reofili la corrente, “l’avventura”. Mi è parsa un’ottima chiave di lettura anche per la società. Forse siamo tutti un po’ carpa e un po’ salmone nel corso della vita (cioè un po’ baffuti ma a tratti anche eleganti e agili). Preferiamo la tranquilla certezza di un lago o la rischiosa e frenetica vita di torrente? Cerchiamo risposte o rispondiamo a domande?

Chissà se le carpe guardano i salmoni con invidia o semplicemente se ne fregano. Chissà se nella distinzione sono comprese anche le differenze di classe. Il salmone è nobile, la carpa un plebeo? Mi sono posta questo interrogativo anche l’altro giorno, al ristorante: mi sarebbe piaciuto chiedere al cameriere a quale delle due specie si sentisse di appartenere. Sono finita in un famoso circolo del tennis a pranzo, uno di quelli in cui di solito si entra solo come ospiti, uno di quelli in cui quando ti sistemi a bordo piscina ti rendi sempre conto che il tuo telo è un po’ più brutto di quello degli altri, le tue ciabatte leggermente più rovinate, la tua borsa decisamente meno trendy. E’ più forte di me, ci sono situazioni in cui mi sento sempre qualcosa fuori posto, dalla frangia alle scarpe, fino alla carta di credito. Sarà stata una suggestione dettata da queste sensazioni ma quel giorno, a quel tavolo, perfino il cameriere sembrava meno carpa di me. Savoir-faire e salamelecchi a profusione, erre moscia e un certo disgusto per l’umanità nello sguardo. Mai un sorriso, parlata decisa, suggerimenti al menù cordiali come un comando militare. Mi sono perfino chiesta se non dovessi farlo sedere e servirgli io da mangiare. “Datti un tono”, ho pensato, per poi ordinare (o sarebbe meglio dire “domandare gentilmente”) quello che lui mi aveva ordinato di chiedere.

Darsi un tono” è una filosofia di vita. Non riuscirci, una tortura, anche perché la puzza sotto al naso va ricambiata costantemente, è un dare-avere o non viene compresa. E infatti fatico a capire se in certi casi è meglio farsi una risata o sentirsi in imbarazzo. Di solito provo entrambe le sensazioni, rido a casa e lì per lì mi sento un cesso.

Studi per anni, leggi, ti informi, ti ritieni in pace col mondo e con la società, hai coscienza civile, una tua precisa (una volta) visione politica… e poi entri in un negozio di abbigliamento o di scarpe e vorresti sprofondare. La commessa che non coniuga i verbi ha le labbra rifatte e schifa la tua giacca -che effettivamente hai comprato da Zara, mentre lei veste Prada e accarezza un chiwawa isterico per otto ore al giorno nel suo negozio di desainn. Ma il suo problema non è il chiwawa, è l’antipatia. Che è lo stesso degli inservienti della libreria più importante della città: ti vendono libri come se li avessero scritti loro. Ti vendo un Versace come se lo avessi disegnato io. E invece no, i libri di solito li leggi, come tutti noi che li compriamo, e gli abiti firmati al massimo te li compri, che non vuol dire che sei più figo, ma solo che hai più soldi (sempre se non hai chiesto un finanziamento per comprarti il cappotto). Ma tutte queste battute, mi vengono dopo, lì per lì mi sento solo a disagio e non faccio che pensare che ho dei capelli orrendi e che in effetti potevo mettere delle scarpe diverse.

Un paese di facciata, uno stivale in cartonato in piedi sotto il cartello “ITALIA”, se ci giri attorno ti accorgi che dietro c’è solo polvere. Prima il prestigio, poi la sostanza. Allora capita che siano più importanti i privilegi delle mansioni, capita che se sei una prostituta immigrata senza documenti ti violentano e ti prendono a bastonate, e che se sei sempre una prostituta e sempre immigrata senza documenti ma ti manda “il presidente”, prendi un appuntamento diretto con il Prefetto di Roma con una telefonata, ed entri con l’auto nel parcheggio privato. “Mi manda” e mi raccomanda. Il bon ton, il galateo, ciò che rappresenti e non quello che sei. A volte mi chiedo, se non ci fosse il denaro, e ognuno dovesse cavarsela con “ciò che sa fare”… in quanti morirebbero di fame? Io per prima, più che carpa: sasso di fiume, a picco immediatamente. Baratto, manovalanza, artigianato e ingegno. E intanto svuoteremmo le banche.

Documentario: “pausa pranzo in un distretto di uffici”. Architetti, ingegneri, informatici, avvocati e bancari. I più formali? I bancari. La Porsche nel parcheggio? Di un avvocato. Il mondo gira assieme ai soldi, chi li gestisce, li tocca e li intasca e chi difende chi li gestisce, li tocca e li intasca da chi li accusa di intascarseli. Mi sembra un sistema che imprigiona salmoni, costretti a vestirsi da carpa, e libera carpe nei vorticosi mulinelli dei torrenti di montagna, lasciandole morire. La natura è più saggia: a ciascuno il proprio compito, a ognuno il proprio habitat, senza maschere, cravatte, paraventi o zigomi rifatti.

2 thoughts on “Carpe e Salmoni al tempo dei Chiwawa

  1. Che bel pezzo!!
    Un misto di orgoglio, ammirazione e senso di impotenza mi coglie: “Come vorrei averlo scritto io!”
    Forse sono diventata “codarda” nei confronti di ciò che non ritengo giusto? Forse mi sono lasciata troppo “anestetizzare” dalle brutture e cafonaggini del vivere quotidiano?
    Forza, Carlotta! Ci sono tanti giovani come te, intelligenti, sensibili ed arguti… l’importante è far sentire la propria voce e credere che migliorare si può, sempre…

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  2. Brava!
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    Ma non sono d’accordo del tutto… solo per la maggior parte.😀

    Bello anche il commento della Emma Flora.

    Baci a tutti!

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