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guarda il trailer: George Harrison: living in the material world

SOLD OUT. Il cartello del botteghino del cinema São Jorge mi pare abbastanza eloquente. Ma non potendoci credere chiedo conferma, che arriva, puntuale. Non potendo credere nemmeno alla conferma mi siedo sui gradini dell’ingresso per meditare sul da farsi. Mancano tre ore allo spettacolo e non so come proseguire, se aspettare che mi arrivi un biglietto dall’alto, attendere che qualcuno me lo venda, o andare in un cinema qualsiasi a vedere qualsiasi altra cosa. Non mi so decidere, perché odio i cambi di programma e odio le brutte sorprese non preventivate. Allora rimango lì, a pensare a tutte le cose che odio. Avevo proprio voglia di vederlo, di riassaporare la beatlesmania sopita in me… Passano una decina di taxi vuoti, ne passano cinquanta, ne passano un centinaio. Dopo più di un’ora in cui rifletto e conto i passanti, taxi e non, tentando di convincermi che, in fondo, potrei anche vederlo in DVD, mi sento picchiettare sulla spalla. E’ la bigliettaia: forse per pietà, forse per grazia divina, sostiene di avere “trovato” un biglietto in più, se lo voglio acquistare. Mi precipito allo sportello e lo compro, assieme a quello per il giorno dopo, la seconda parte.

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho perso totalmente la lucidità cadendo in un baratro di fanatismo estremo. Forse più d’uno a dire la verità. Sorvolando su quello legato alla morte del Re del Pop, vorrei invece porre l’attenzione su quel periodo, tra i dodici e i quattordici anni, in cui mi chiudevo in casa ad ascoltare i vecchi vinili dei Beatles dei miei genitori. Tutti, uno dopo l’altro, testi alla mano, traduzione a fronte (ringrazio mia madre per questo), mi hanno insegnato l’inglese, mi hanno raccontato la Musica. A quei pomeriggi sono seguite letture d’ogni genere sulla vita di Paul McCartney, l’elaborazione del tema d’esame di terza media sull’assassinio di John Lennon, proiezioni a ciclo continuo di Yellow Submarine e fotocopie di ogni dimensione della copertina di Revolver, da appendere in camera o con cui rivestire il diario. Il tutto condito da una profonda frustrazione per la mia data anagrafica, che non mi permetteva di essere stata in prima fila a strapparmi i capelli assieme alle altre giovinette inglesi innamorate.

Tutto questo mi è ripiombato addosso ieri sera, quando, grazie al biglietto recuperato, mi sono potuta sedere su una di quelle poltroncine rosse del cinema dell’Avenida da Liberdade. Non so come sia possibile che ancora oggi, dopo anni e anni di musica, dopo decenni in cui si è parlato e straparlato di loro, dopo fiumi di critiche, biografie, autobiografie, autobiografie postume e morti biografiche, i Beatles si muovano ancora in questo modo negli stomaci di chi li ascolta. Non riuscivo a stare ferma, a non muovere le gambe, incastrate tra le strette sedute della sala.

“George Harrison living the material world”, di Martin Scorsese, ripercorre le tappe del gruppo, le dinamiche tra di loro, le crisi; la vita di George, il suo rapporto con gli altri Beatles, il suo carattere difficile e mutevole, la fama, la spiritualità. Decine di interviste, testimonianze dirette, suoni, parole di chi quegli avvenimenti li ha vissuti da vicino, senza troppe spiegazioni, senza didascalie.

Mi ha regalato tanta tenerezza e molta nostalgia per un pezzo di storia passata che ha cambiato il presente, per quei visi dagli occhi vivi, in bianco e nero, immortalati da fotografe tedesche nei primi anni sessanta. Per quei volti sprezzanti, entusiasti, curiosi di vivere, sperimentare, crescere e a volte anche auto-distruggersi. Tenerezza per le voci dei “sopravvissuti”, per le loro rughe, belle, intense, sincera espressione del tempo passato.

Diviso in due parti, per un totale di 200 minuti, si guarda anche tutto d’un fiato: parlano le immagini, i ricordi e la musica. Mi ha riportato quella nostalgia per la cultura che non ho vissuto ma che mi appartiene, di cui mi sento figlia. Mi ha fatto riflettere sul tempo che passa, che ci raduna tutti, in un qualche luogo imprecisato, tutti noi partecipanti al gioco della storia: chi la cambia, chi semplicemente la vive; chi parte prima, chi arriva dopo. Stasera rimango sull’uscio a spiarla, questa storia, chiedendomi, inevitabilmente, quali tracce del tempo ci sarebbero, oggi, sul volto di John Lennon.

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