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Quando andavo e vado tutt’ora in bagno in facoltà (la facoltà di architettura di Ferrara, per anni prima al Censis, per anni l’ideale di migliaia di studenti che si iscrivono a caso all’università  ignorando cosa li attende, non sapendo che uno dovrebbe studiare e cimentarsi in cose che capisce e in cui è disposto a mettere passione e amore oltre alla fatica) cerco di scegliere sempre lo stesso posto: vado al piano terra, tra le aule C, quelle che preservano il ricordo delle mie peggiori figure agli esami (vedi “morfologia strutturale”), le stesse che un giorno un gruppo di spavaldi sognatori, fra cui la sottoscritta, ha tentato di espugnare cacciando quel preside che progettava i cessi prefabbricati e il suo vicario che mi intimava di andare a casa a studiare anziché organizzare cineforum. Sempre lì. Perché è un bel bagno, è pulito ed è anche l’unico del piano terra. Sempre nello stesso water, perché è l’ultimo, perché è vicino alla finestra e perché riporta un’incisione poco rupestre sullo stipite della porta.

E’ all’altezza degli occhi quando ti siedi, una volta era nitida, ora sempre meno, lentamente evapora e io vorrei restaurarla: è un’incisione a più mani, è un’espressione alta di poesia e cooperazione fra esseri umani, del senso di comunità, della condivisione di un pensiero, di una fantasia, della poesia. Un giorno qualcuno si è seduto e in un momento di intimità con se stesso e il proprio corpo ha pensato di trascrivere l’inizio di quel pezzo che probabilmente gli passava per la testa in quell’istante, con serenità, tranquillità e pace: So, so you think you can tell in Bic blu, calcata, con una calligrafia incerta. Heaven from Hell. blue skies from pain  prosegue una penna a sfera rossa, probabilmente in mano ad una ragazza, Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil? continua un tratto pen nero, Do you think you can tell?  termina una quarta biro.

Da allora ho sempre cercato di sedermi su quel water, anche se ciò significava aspettare qualche minuto in più. Forse perché i Pink Floyd mi piacciono, forse perchè abbiamo tutti bisogno di conforto in alcuni momenti della giornata e chiudersi in bagno è fra le soluzioni più semplici… mi sedevo sul wc chiuso e la canticchiavo, riprendendo le parole scritte;  pensavo a tutti quelli che avevano fatto lo stesso, al primo che ha continuato la frase, a quelli che hanno proseguito. Mi ha sempre migliorato l’umore, dandomi speranza. Una speranza semplice, forse anche stupida, una sorta di fede nella genuinità degli animi. Finché ci sarà qualcuno che ricorda il testo di Wish you were here e trova il tempo di trascriverlo per i posteri in un bagno pubblico, ci sarà voglia di condivisione, di gusti musicali come di valori e sogni. Entusiasmo inaspettato e spontaneo che appare sulle porte, sugli stipiti come nelle piazze. A questo pensavo la settimana scorsa guardando le immagini di quella piazza arancione, gremita di volti, davanti al Duomo di Milano, ascoltando le parole di Vendola che parlava della vittoria di “un’Italia dell’eleganza e delle passioni” su quella della volgarità ormai tanto diffusa. Ho provato la stessa sorpresa, la stessa leggerezza nel cuore che ho sentito quella volta nel bagno.

La partecipazione si fa in piazza e si fa sul water; si fa nel cervello, si fa pensando che è giusto e doveroso condividere le proprie idee e metterle in gioco, ad esempio andando a votare ad un referendum.

One thought on “L’importante è partecipare

  1. Dopo un rigoroso controllo mi duole comunicare che la scritta è effettivamente ormai sbiadita del tutto: rimane un triste riquadro verde acido che una volta incorniciava il testo. Propongo una missione di restauro, per info e adesioni contattate pure me o David Gilmour.

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