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Disagi. parte prima.

Ci sono oggetti, situazioni, immagini, espressioni, parole, suoni che spesso ci disturbano e a tratti ci imbarazzano. Per la loro bruttezza, per il loro squallore, o per la loro pochezza. A volte si tratta di situazioni gravi, altre futili. Eppure lo sconforto ci coglie ugualmente, che ce ne accorgiamo o meno (e a volte è meglio accorgersene).

Per anni mi sono portata dentro un disagio urbano indecifrabile che non sapevo esprimere o descrivere: un prurito epidermico, una stretta allo stomaco, un fastidio cognitivo, un fischio persistente nell’orecchio sinistro (non necessariamente legato alla timpano plastica promessami dal pediatra e mai realizzata). Un disturbo che mi coglieva e mi coglie tutt’ora, lo ammetto, transitando nelle periferie di cemento armato, fra i marciapiedi deserti, l’asfalto consunto e i nani da giardino; nei ristoranti di campagna, durante le cene estive, fra le gabbie-fulmina-zanzare e le tovaglie di plastica. Non mi interrogavo sulla causa del mio malessere, mi limitavo a subirne le conseguenze immedesimandomi nelle zanzare bruciate, nelle posate storte incartate assieme al tovagliolo, nelle palme dei giardinetti delle villette periferiche. E sentivo che c’era qualcosa che non andava. In me o nelle palme. Col tempo ho capito che semplicemente sia io che le palme eravamo nel posto sbagliato e che la colpa essenzialmente ricadeva, oltre che sul genere umano, su due cose: i neon e gli infissi in alluminio.

Il neon, ti uccide lentamente, prima assorbe l’anima dalla pelle poi te la ributta dentro dagli occhi, radioattiva. Ti ruba il sorriso, il sonno e l’ironia; l’attenzione, la concentrazione e l’entusiasmo. Come soluzione semplicistica ed economica nell’arredo d’interni, è responsabile dell’ottanta per cento dei casi di depressione nel mondo e della cattiva digestione al ristorante. Lo trovi ovunque, nei camerini dei negozi, nelle tavole calde. Ti imbruttisce, esalta ogni difetto estetico, rende i tuoi commensali cianotici, dona un colorito preoccupante alle pietanze che hai nel piatto.

Gli infissi in alluminio invece agiscono impercettibilmente, come un morbo latente nella mente, si manifestano solo negli incubi: basta farci caso, quando qualcuno sogna di chiudersi fuori casa, o di chiudersi dentro, si tratta sempre di porte, porte finestre, finestre, finestrini… in alluminio dorato. L’alluminio dorato compare nella casetta giallo limone a doppia falda con torretta panoramica sulla tangenziale, alberi tropicali in giardino, tracce di mattoni incastrati nel cemento della facciata. E non si tratta di un dettaglio: il progettista prima sceglie l’infisso in alluminio, poi ci abbina la casa, così quando ci passi davanti puoi sentirti male coerentemente per ogni parte dell’edificio, a scelta.

Il disagio urbano si può curare. Con le ruspe o con la cecità.

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